Fu in una di quelle occasioni che conobbi Federico Righi, il quale un giorno mi invitò nella casa di Saciletto per vedere una mostra di Marcello Mascherini. Ricordo quel luogo più delle opere: una casa attraversata dall’arte, abitata da relazioni, da presenze, da un’energia che allora non sapevo ancora nominare. Eppure, proprio in quella occasione, mancava qualcosa. O meglio, mancava qualcuno. Federico non mi presentò la sua compagna, non la nominò nemmeno. Era come se non fosse necessario parlarne. E invece quella donna c’era.
L’ho scoperto solo pochi giorni fa, alla fine di un incontro in sala Dora Bassi: durante il dibattito finale è affiorato un nome che fino a quel momento non avevo mai incontrato. Quel nome era Ossi Czinner.
Ossi Czinner, all’anagrafe Rosetta Czinner, nacque a Vienna il 2 dicembre 1924, in una famiglia colta e benestante, con radici ebraico-ungheresi successivamente convertite al cattolicesimo. Questo dato non è secondario, perché la sua formazione si colloca pienamente dentro quel mondo mitteleuropeo complesso, attraversato da identità multiple e da fratture storiche profonde. Nel 1938 si trasferì a Trieste, dove visse fino al 1950, e proprio in questo contesto iniziò il suo percorso artistico. Nel 1946 entrò nello studio di Marcello Mascherini, figura centrale della scultura del Novecento italiano, che le trasmise un approccio rigoroso alla materia e al segno. Non si trattò soltanto di apprendistato tecnico, ma di una vera educazione allo sguardo, che avrebbe segnato tutta la sua produzione successiva.
Dopo gli anni triestini si trasferì a Roma, dove visse e lavorò per circa vent’anni. È una fase della sua vita meno documentata nel dettaglio, ma fondamentale per la maturazione del suo linguaggio artistico e per l’inserimento in un contesto più ampio, anche internazionale. Le fonti disponibili indicano esposizioni in diverse città, ma senza un catalogo sistematico delle mostre, il che rappresenta una delle principali lacune nella ricostruzione critica della sua opera.
Il punto di svolta arriva nel 1969, quando insieme a Federico Righi acquista Villa Antonini Belgrado a Saciletto di Ruda. L’anno successivo, il 20 settembre 1970, viene inaugurato il Centro internazionale di grafica. Non si tratta di una semplice iniziativa locale, ma di un progetto culturale ambizioso, che si propone di portare nel territorio friulano un’esperienza artistica aperta, internazionale, capace di mettere in relazione artisti, tecniche e linguaggi diversi. Le testimonianze parlano di un periodo di grande vitalità negli anni Settanta, durante il quale la villa diventa un punto di riferimento per la grafica e per la circolazione di opere e idee, con presenze e riferimenti che rimandano anche a nomi importanti dell’arte del Novecento europeo.
La produzione artistica di Ossi Czinner è ampia e articolata, ma il nucleo più documentato è quello grafico: acqueforti e incisioni su carta, spesso su carta di cotone, caratterizzate da una notevole precisione tecnica. I soggetti ricorrenti sono piazze e architetture urbane: Piazza Unità d’Italia a Trieste, Piazza Navona a Roma, Piazza del Campo a Siena, lo Spedale degli Innocenti e San Miniato a Firenze. Tuttavia non si tratta mai di semplici vedute. Le sue opere trasformano lo spazio reale in una costruzione complessa, dove le prospettive si moltiplicano, si deformano, si aprono a livelli di lettura diversi. Elementi simbolici, come animali o riferimenti zodiacali, introducono una dimensione ulteriore, che colloca il suo lavoro in una zona di confine tra rappresentazione e visione. Alcuni interpreti hanno parlato di una componente metafisica, ma forse è più corretto leggere queste opere come tentativi di restituire la complessità dello sguardo, più che di definire un linguaggio stilistico preciso.
Una parte significativa della sua produzione resta oggi difficile da ricostruire in modo sistematico. Non esiste un catalogo ragionato completo facilmente accessibile, e molte informazioni provengono da archivi locali, associazioni culturali, collezioni private e iniziative recenti di valorizzazione. Tra queste, va segnalata la presenza di un ciclo di opere dedicate allo Zodiaco, conservate presso l’Istituto Tecnico Volta di Trieste, che rappresentano uno dei pochi nuclei organici chiaramente individuabili.
Gli ultimi anni della sua vita sono segnati da vicende complesse legate alla proprietà della villa, con contenziosi, frammentazioni e difficoltà economiche documentate dalla stampa locale. Ossi Czinner rimase a vivere in una parte dell’edificio, in una condizione che restituisce con forza il contrasto tra la dimensione progettuale degli anni Settanta e la realtà successiva. Morì a Saciletto di Ruda il 28 agosto 2014.
Se oggi il nome di Giuseppe Zigaina, che visse ad una decina di chilometri di distanza, è pienamente riconosciuto e inserito nella storia dell’arte del Novecento, quello di Ossi Czinner resta ancora ai margini, nonostante una vicenda artistica che attraversa gli stessi territori e le stesse tensioni culturali. Non si tratta semplicemente di una dimenticanza, ma di un caso emblematico di come alcune esperienze, soprattutto quando nascono fuori dai grandi centri e dai circuiti consolidati, fatichino a trovare una collocazione stabile nella memoria collettiva.
Eppure quella storia esiste, ed è passata anche da qui. Villa Antonini Belgrado, nonostante le vicende che l’hanno segnata, conserva ancora la traccia di quel progetto culturale che l’aveva trasformata in un luogo di incontro e di apertura. L’auspicio è che possa tornare a essere, almeno in parte, ciò che è stata: non solo un edificio da recuperare, ma uno spazio vivo, capace di rimettere in relazione arte, territorio e comunità.
Perché certe storie non hanno bisogno di essere riscritte, ma semplicemente riconosciute. E a volte basta che un nome affiori, nel momento giusto, perché qualcosa ricominci a prendere forma.

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