In un anno in cui il nostro territorio è sempre più al centro dell’attenzione per il turismo culturale e di prossimità, può sembrare quasi paradossale dover ricordare che a pochi chilometri da Gorizia esiste uno degli ambienti naturali più significativi dell’intero Nord Adriatico. Eppure è così. L’Isola della Cona, che proprio quest’anno celebra i trent’anni dall’istituzione della riserva naturale, continua a essere per molti un luogo “vicino ma sconosciuto”, una meta rimandata, una gita che si promette di fare prima o poi.
Nei mesi scorsi ho scritto un libro di fiabe ambientate nei luoghi del nostro territorio. La tipografia me ne ha consegnato le copie proprio nei giorni scorsi: hanno ancora quel buon odore delle cose fresche di stampa, che invita ad aprirle e sfogliarle piano. Un modo semplice, quasi giocoso, per invitare i bambini — e con loro anche i genitori — a fare quelle gite “fuori porta” che a volte dimentichiamo di fare proprio dove viviamo. Nel libro si incontrano le gallerie del Brestovec, la grotta di San Giovanni d’Antro, le cicogne di Fagagna ed anche l’Isola della Cona. Qui vive il cavallo Lino, che deve ancora decidere cosa vuole essere.
È una storia per bambini, certo. Ma nasce da una convinzione molto concreta: noi goriziani tendiamo a dare per scontati molti luoghi straordinari che abbiamo vicino. Sono convinta che in tanti, pur vivendo a pochi chilometri di distanza, all’Isola della Cona non siano mai stati.
Eppure si tratta di uno degli ambienti naturali più importanti del Friuli Venezia Giulia e di una meta sempre più frequentata da appassionati di birdwatching provenienti anche da altre regioni italiane e da diversi Paesi europei.
L’Isola della Cona si trova nel territorio comunale di Staranzano, tra la Baia di Panzano e la laguna di Grado, a circa trenta chilometri da Gorizia. Non è più un’isola in senso geografico stretto, essendo collegata all’entroterra da una diga costruita negli anni ’40, ma un’area pianeggiante di origine alluvionale formata nel tempo dai depositi del fiume Isonzo. Il paesaggio è quello tipico delle zone di foce: barene, canali lagunari, prati umidi e superfici golenali soggette a periodiche inondazioni.
Tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento l’area fu interessata da importanti interventi di bonifica idraulica e di regolazione del corso fluviale. Furono costruiti argini, scavati canali e avviate attività agricole e di allevamento estensivo che contribuirono a modellare l’aspetto del territorio.
Nel secondo dopoguerra molte di queste attività vennero progressivamente abbandonate. A partire dagli anni Settanta naturalisti e studiosi iniziarono a segnalare il valore ecologico della foce dell’Isonzo come sito di sosta e nidificazione per numerose specie di uccelli migratori, oltre che di stabile permanenza di molti stanziali.
Il riconoscimento istituzionale arrivò nel 1996 con l’approvazione della legge regionale che istituì la Riserva naturale regionale della Foce dell’Isonzo, oggi estesa per circa 2.400 ettari. L’area è inserita nella rete ecologica europea Natura 2000 come Zona di Protezione Speciale e Sito di Interesse Comunitario ed è riconosciuta come zona umida di importanza internazionale ai sensi della Convenzione di Ramsar, entrando così nei principali circuiti internazionali di tutela ambientale.
Nel corso degli anni sono stati realizzati importanti interventi di ripristino ambientale — l’ultimo nel 2025 — insieme a percorsi ciclopedonali, osservatori naturalistici e un centro visite che permette di orientarsi all’interno della riserva. L’introduzione dei cavalli di razza Camargue ha contribuito al mantenimento dei prati umidi attraverso il pascolo naturale, favorendo la conservazione della biodiversità.
La posizione lungo le rotte migratorie tra Europa centrale e Mediterraneo rende la Cona un luogo particolarmente adatto all’osservazione dell’avifauna, sia migratoria che stanziale: fenicotteri, aironi, garzette, cavalieri d’Italia, anatre, oche e numerose specie di limicoli popolano stagionalmente specchi d’acqua e prati umidi. Non è raro incontrare visitatori muniti di binocoli e teleobiettivi arrivati da lontano per osservare uno degli ecosistemi lagunari meglio conservati dell’Alto Adriatico.
Oggi la Riserva della Foce dell’Isonzo rappresenta un esempio significativo di tutela di un ambiente costiero fragile, dove i processi naturali e gli interventi umani hanno contribuito insieme a costruire un paesaggio di grande valore ambientale e culturale. Trent’anni non sono pochi, per una riserva: sono il tempo necessario perché un luogo torni a respirare, ma anche perché una comunità impari — o reimpari — a riconoscerlo.
E forse basta andarci una volta, fermarsi lungo un argine, aspettare il movimento lento di un cavallo nella luce della laguna o il volo improvviso di uno stormo di fenicotteri o di oche selvatiche, per capire che certi luoghi non sono affatto lontani. Siamo noi, semmai, ad aver smesso di guardarli.
Dimenticavo. Una copia del mio libro di fiabe del territorio è disponibile per chi me la richiede — soprattutto se arriva con la sua copia di Donne tra due mondi. In cambio di un caffè… o anche solo di due chiacchiere in città.

Nessun commento:
Posta un commento