La storia di Anton Lavrin, console austro-ungarico in Egitto nell’Ottocento, ci porta tra le piramidi di Giza — o forse Saqqara — tra collezionismo, misteri e documenti ancora da verificare.
Nel 1845, due antichi sarcofagi in granito rosso arrivano in Europa e vengono riutilizzati come tomba di famiglia.
Ma cosa sappiamo davvero della loro origine?
E cosa è stato scoperto quando furono aperti nel 1987?
C'è un angolo di Slovenia dove l'antico Egitto ha messo radici, silenzioso e improbabile, tra le vigne e le acque sorgive della Valle del Vipacco. Nel cimitero della cittadina di Vipava giacciono due sarcofagi di granito rosa, coperti di geroglifici, vecchi di circa quattromila anni. Non sono riproduzioni. Non sono decorazioni. Sono pezzi autentici strappati alla sabbia egizia, e il fatto che si trovino in questo borgo sloveno è una storia degna di un romanzo d'avventura — con qualche capitolo ancora misteriosamente aperto.
Il responsabile di tutto si chiama Anton Lavrin, nato proprio a Vipava nel 1789. Figlio di una famiglia benestante, studiò diritto a Vienna, imparò le lingue con la disinvoltura di chi è destinato a fare il diplomatico, e alla fine l'Impero austriaco lo spedì in Egitto come console generale. Fu lì che Lavrin si trasformò: dalla burocrazia imperiale scivolò verso l'archeologia, affascinato come tanti europei del suo tempo dal mistero millenario delle piramidi e dei faraoni. Le fonti lo descrivono come collezionista appassionato, in contatto con mercanti di antichità locali, e il suo ruolo consolare gli apriva porte che ad altri restavano chiuse.
Nella prima metà dell'Ottocento, da qualche parte tra le necropoli egizie — le fonti non concordano del tutto se fosse Giza, nei pressi della piramide di Chefren, o Saqqara presso Menfi, e questa discrepanza non è ancora stata risolta — Lavrin mise le mani su qualcosa di straordinario: due sarcofagi in granito rosso, decorati con geroglifici, appartenuti originariamente ad alti funzionari dell'Antico Regno. Gli studiosi che li esaminarono nel 1987 li attribuirono a due personaggi di nome Iun-Min e Ra-wer. Quanto fossero rari, è difficile dirlo con precisione: la formula che li vuole "due dei sei sarcofagi di questo tipo esistenti al mondo" circola da anni nelle guide e nei siti turistici, ma gli egittologi avvertono che senza una definizione chiara del criterio di confronto — stesso schema decorativo, stesso tipo di pietra, stesso complesso funerario? — il numero va preso come suggestione più che come dato scientifico.
Il viaggio di quei monoliti fu epico quanto l'idea. Nel 1845 furono imbarcati sulle coste egizie, attraversarono il Mediterraneo fino al porto di Trieste, dove vennero scaricati sulla banchina. Da lì il percorso divenne ancora più arduo: quattro carri, ciascuno trainato da una coppia di buoi, trascinarono le pesanti pietre sul Carso, poi lungo la Valle del Vipacco, fino a destinazione. Un'impresa logistica che oggi farebbe tremare qualsiasi organizzatore di eventi o impresa di trasporto.
Arrivati a Vipava, i sarcofagi trovarono posto nel cimitero cittadino, nella tomba di famiglia dei Lavrin. E qui la storia si fa più intima, e più malinconica. Quando nel 1987 un gruppo di archeologi sloveni e un egittologo austriaco, Gottfried Hamernik, aprì scientificamente i sarcofagi — evento ripreso in un documentario dalla sede regionale dell'ORF, l'unica registrazione rimasta di quell'apertura — si scoprì che al loro interno riposavano i genitori di Lavrin e il figlio Albert, quest'ultimo in una piccola bara di piombo. Non Anton, dunque. Se il diplomatico avesse davvero immaginato per sé un'eternità egizia nel paese natale, come vuole la tradizione locale, il destino gli riservò un finale molto diverso: morì a Milano nel 1869, l'anno stesso in cui venne inaugurato il Canale di Suez, e la sua tomba nella città lombarda sparì nell'anonimato quando nessuno ne rinnovò la concessione.
I sarcofagi invece sono ancora lì, protetti da una tettoia costruita negli anni Novanta, esposti al vento e alle stagioni di una valle che i romani chiamavano Frigidum. Vipava, con la sua atmosfera da piccola Venezia slovena, tra ponti, sorgenti e palazzi barocchi, custodisce questo frammento d'Egitto con la discrezione di chi è abituato alle sorprese della storia. Qualche domanda resta senza risposta, e forse è proprio questo che rende i due sarcofagi del Vipacco ancora più degni di una visita.

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