di Tassilo Del Franco
Dalla spedizione di Dogali alla disfatta di Adua: la politica coloniale di Francesco Crispi e l’illusione italiana di conquistare l’Etiopia. Una storia di errori, arroganza e umiliazione.
Francesco Crispi era stato un garibaldino siciliano, e aveva avuto un ruolo di rilievo nella spedizione dei mille.
Il padre era alberëshë, della comunità albanese cristiana insediata nel Sud nel XV e XVI secolo, per sfuggire ai musulmani turchi, e conservava la lingua degli antichi antenati. La madre era siciliana.
Francesco, da politico della sinistra, nutriva però una curiosa simpatia per Otto von Bismarck, più per l‘energia con cui aveva affermato la potenza militare della Germania che per le grandi opere sociali che aveva attuato nel suo paese, le quali, da sostenitore della Comune di Parigi, il Crispi avrebbe dovuto apprezzare.
Cercò di imitare il cancelliere di ferro nella politica coloniale, ammirando la sua conquista del Camerun, dell‘Africa di Sud Ovest e del Tanganica, compiuta in pochi anni.
Crispi caratterizzò il primo periodo, disastroso, della presenza italiana in Africa.
L‘Italia aveva l‘Eritrea, al confine dell‘impero etiopico, e da lì volle cominciare. Ma il paese di cui era il più influente esponente della sinistra, e di cui sarebbe divenuto Primo Ministro non era la potente Germania, e lui dell‘Etiopia non sapeva nulla. Meno di nulla, se non le note di folclore che gli erano giunte.
E nemmeno il suo re Umberto I, che lo appoggiava, ne sapeva nulla, lui che al massimo agiva dopo aver chiesto il parere alla consorte, la regina Margherita. Quella della pizza Margherita.
Il Regio Esercito? Nemmeno aveva mappe o carte geografiche dell‘area, e della consistenza delle forze dell‘Imperatore, il Leone di Giuda, il Re dei Re, il Negus Negesti, non sapeva nulla. Il Regio esercito possedeva carte geografiche solo un tantino migliori di quelle medievali in cui, a quelle latitudini, stava scritto: “Hic sunt leones”!Nessuno sapeva nulla di nulla di quel paese, in Italia!
Ma tutti pensavano che quell’impero di selvaggi dovesse divenire italiano. Alla fine sarebbe stato facile, il nostro era un esercito moderno e loro? Sì, tra loro c’erano tribù primitive, che abitavano in capanne chiamate Tukùl (cosa che si prestava a ironie di stampo esotico) e vivevano alla giornata.
Ma c’erano anche altri popoli relativamente civili, che erano legati alla loro terra, un mosaico di genti diverse, pronte a difenderla con le armi.
L’Abissinia dunque non era, come gli italiani credevano, popolata di negri selvaggi e incivili, incapaci di resistenza.
Al contrario, gli etiopi erano in gran parte semiti, cristiani ortodossi, e facevano risalire la loro discendenza a re Salomone e alla regina di Saba. Da ebrei che erano stati anticamente, erano poi divenuti in maggioranza cristiani copti, per opera di monaci venuti dall’Egitto. Avevano già respinto combattendo con l‘aiuto portoghese,
le invasioni musulmane nel 1500.
Non combattevano con scudi e lance, ma a cavallo e con fucili.
Crispi, capo della sinistra, non era tipo da accettare consigli. Nemmeno Agostino Depretis, suo fido, allora primo ministro, lo fece e, nel 1887 arrivò, ad Asmara, l‘ordine al colonnello de Cristoforis di avanzare dall’Eritrea contro gli abissini, oltre Dogali, al comando dei suoi 500 uomini.
Ma ras Alula, un capo abissino molto deciso, lanciò contro gli italiani la sua armata di ventimila uomini, che stinsero in una morsa gli italiani. Furono tutti massacrati, fino all’ultimo. 500 morti, quei 500 ricordati in una piazza di Roma, presso la stazione Termini.
Fu un avvertimento per l‘Italia, che firmò poco dopo con l’Etiopia un trattato di pace volutamente ambiguo:
nel testo in lingua amarica infatti si diceva che l‘Etiopia era uno Stato indipendente, mentre nel testo italiano, tra le righe, da furbastri, gli italiani avevano infilato le parole “protettorato italiano”!
Il “Trattato di Uccialli” fu dunque un accordo che conteneva i germi di una futura disputa, e di un’altra aggressione italiana.
L’inevitabile avvenne nel 1896, nel nord dell’Etiopia. ad Adua.
Crispi diede ordine al colonnello Baratieri di avanzare sull’altopiano etiopico con i suoi quindicimila uomini.
E il colonnello divise il suo piccolo esercito in diverse colonne, che finirono per perdere i contatti tra loro, mentre superavano il terreno arido e impervio dell’altopiano, confuse e disorientate.
Quegli sventurati, a cui una logistica disastrosa faceva mancare i rifornimenti essenziali, furono circondati dai centomila uomini che il negus Menelìk II aveva raccolto, facendo affluire i tanti piccoli eserciti dei suoi ras intorno agli italiani, che finirono in trappola, senza saperlo.
La mattanza si ripetè, e settemila italiani persero la vita ad Adua, mentre tanti altri caddero prigionieri.
A nulla valsero le dimissioni di Crispi. L’umiliazione militare italiana, la prima di un esercito europeo in terra d’Africa, ebbe risonanza universale, rivelando anche la considerazione che gli altri paesi potevano avere della potenza del paese, che pretendeva ciò che non era capace di prendere con le armi.
Fu la fine dei sogni imperiali Italiani nel corno d’Africa, almeno per un quarantennio.
Il padre era alberëshë, della comunità albanese cristiana insediata nel Sud nel XV e XVI secolo, per sfuggire ai musulmani turchi, e conservava la lingua degli antichi antenati. La madre era siciliana.
Francesco, da politico della sinistra, nutriva però una curiosa simpatia per Otto von Bismarck, più per l‘energia con cui aveva affermato la potenza militare della Germania che per le grandi opere sociali che aveva attuato nel suo paese, le quali, da sostenitore della Comune di Parigi, il Crispi avrebbe dovuto apprezzare.
Cercò di imitare il cancelliere di ferro nella politica coloniale, ammirando la sua conquista del Camerun, dell‘Africa di Sud Ovest e del Tanganica, compiuta in pochi anni.
Crispi caratterizzò il primo periodo, disastroso, della presenza italiana in Africa.
L‘Italia aveva l‘Eritrea, al confine dell‘impero etiopico, e da lì volle cominciare. Ma il paese di cui era il più influente esponente della sinistra, e di cui sarebbe divenuto Primo Ministro non era la potente Germania, e lui dell‘Etiopia non sapeva nulla. Meno di nulla, se non le note di folclore che gli erano giunte.
E nemmeno il suo re Umberto I, che lo appoggiava, ne sapeva nulla, lui che al massimo agiva dopo aver chiesto il parere alla consorte, la regina Margherita. Quella della pizza Margherita.
Il Regio Esercito? Nemmeno aveva mappe o carte geografiche dell‘area, e della consistenza delle forze dell‘Imperatore, il Leone di Giuda, il Re dei Re, il Negus Negesti, non sapeva nulla. Il Regio esercito possedeva carte geografiche solo un tantino migliori di quelle medievali in cui, a quelle latitudini, stava scritto: “Hic sunt leones”!Nessuno sapeva nulla di nulla di quel paese, in Italia!
Ma tutti pensavano che quell’impero di selvaggi dovesse divenire italiano. Alla fine sarebbe stato facile, il nostro era un esercito moderno e loro? Sì, tra loro c’erano tribù primitive, che abitavano in capanne chiamate Tukùl (cosa che si prestava a ironie di stampo esotico) e vivevano alla giornata.
Ma c’erano anche altri popoli relativamente civili, che erano legati alla loro terra, un mosaico di genti diverse, pronte a difenderla con le armi.
L’Abissinia dunque non era, come gli italiani credevano, popolata di negri selvaggi e incivili, incapaci di resistenza.
Al contrario, gli etiopi erano in gran parte semiti, cristiani ortodossi, e facevano risalire la loro discendenza a re Salomone e alla regina di Saba. Da ebrei che erano stati anticamente, erano poi divenuti in maggioranza cristiani copti, per opera di monaci venuti dall’Egitto. Avevano già respinto combattendo con l‘aiuto portoghese,
le invasioni musulmane nel 1500.
Non combattevano con scudi e lance, ma a cavallo e con fucili.
Crispi, capo della sinistra, non era tipo da accettare consigli. Nemmeno Agostino Depretis, suo fido, allora primo ministro, lo fece e, nel 1887 arrivò, ad Asmara, l‘ordine al colonnello de Cristoforis di avanzare dall’Eritrea contro gli abissini, oltre Dogali, al comando dei suoi 500 uomini.
Ma ras Alula, un capo abissino molto deciso, lanciò contro gli italiani la sua armata di ventimila uomini, che stinsero in una morsa gli italiani. Furono tutti massacrati, fino all’ultimo. 500 morti, quei 500 ricordati in una piazza di Roma, presso la stazione Termini.
Fu un avvertimento per l‘Italia, che firmò poco dopo con l’Etiopia un trattato di pace volutamente ambiguo:
nel testo in lingua amarica infatti si diceva che l‘Etiopia era uno Stato indipendente, mentre nel testo italiano, tra le righe, da furbastri, gli italiani avevano infilato le parole “protettorato italiano”!
Il “Trattato di Uccialli” fu dunque un accordo che conteneva i germi di una futura disputa, e di un’altra aggressione italiana.
L’inevitabile avvenne nel 1896, nel nord dell’Etiopia. ad Adua.
Crispi diede ordine al colonnello Baratieri di avanzare sull’altopiano etiopico con i suoi quindicimila uomini.
E il colonnello divise il suo piccolo esercito in diverse colonne, che finirono per perdere i contatti tra loro, mentre superavano il terreno arido e impervio dell’altopiano, confuse e disorientate.
Quegli sventurati, a cui una logistica disastrosa faceva mancare i rifornimenti essenziali, furono circondati dai centomila uomini che il negus Menelìk II aveva raccolto, facendo affluire i tanti piccoli eserciti dei suoi ras intorno agli italiani, che finirono in trappola, senza saperlo.
La mattanza si ripetè, e settemila italiani persero la vita ad Adua, mentre tanti altri caddero prigionieri.
A nulla valsero le dimissioni di Crispi. L’umiliazione militare italiana, la prima di un esercito europeo in terra d’Africa, ebbe risonanza universale, rivelando anche la considerazione che gli altri paesi potevano avere della potenza del paese, che pretendeva ciò che non era capace di prendere con le armi.
Fu la fine dei sogni imperiali Italiani nel corno d’Africa, almeno per un quarantennio.

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