Dall’Unità d’Italia al colonialismo: crisi, brigantaggio e nascita dell’impero africano


di Tassilo Del Franco
 

Nei giorni scorsi, in sala Dora Bassi, Tassilo Del Franco ci ha regalato una chiacchierata davvero densa e interessante. In tanti — sia tra chi c’era, sia tra chi non è riuscito a partecipare — ci hanno chiesto di poterla ritrovare. E così, grazie alla disponibilità di Tassilo, eccoci qui.
Si comincia: prima puntata!

Dopo l’impresa dei mille di Garibaldi, nel 1861, l’Italia risorgimentale, ora unificata, si trovò senza la sicura guida del Cavour, artefice dell’allargamento del Regno Sabaudo, due anni prima. Il conte Camillo Benso morì infatti lo stesso anno, e si scoprirono subito i tanti problemi che il Regno avrebbe dovuto affrontare, dalle Alpi alla Sicilia. Era un paese disunito, disorganizzato, agricolo, con enormi differenze sociali e culturali che lo laceravano, assillato dalle piaghe di miseria, delle malattie endemiche e dell’analfabetismo, piaghe che ci avrebbe messo un secolo a debellare, con il gravame di un pesante indebitamento. 
L’Italia non aveva che una lingua letteraria parlata da una minoranza colta, ma non dal popolo, che si esprimeva solo in una Babele di dialetti regionali.
Il paese avrebbe adottato forzatamente il modello dello Stato sabaudo, poiché il resto era un’eredità per lo più papalina e borbonica, e ogni cosa era ancora da decidere dal governo e dal dal Re Vittorio Emanuele, che come soldato era stato all’altezza, come nel 1849 aveva notato anche il Radetzky, ma come governante preferiva estraniarsi, ritirandosi con la “bela” Rosin, che gli preparava la bagna caûda, e gliela serviva con un bicchiere di nebbiolo. O anche due, almeno.
Nel paese unito sarebbe presto nato un diffuso brigantaggio, presente soprattutto al sud, in Lucania, Calabria, Sicilia, represso con violenza dai piemontesi, che si curarono poco di comprenderne le origini.
Questa Italia che rinasceva seguiva due contrapposte tendenze politico-sociali, quella monarchico-liberale e quella repubblicana e mazziniana, entrambe patriottiche, la destra e la sinistra storica. Il diritto di voto era concesso a meno del due per cento degli italiani, riservato a chi aveva un certo censo e un minimo livello di alfabetizzazione. 
Il paese guardava, specie dopo la terza guerra d’Indipendenza del 1866 e l’entrata in Roma nel 1870, oltre le Alpi, alle nazioni più consolidate e più ricche, che si erano già divise il mondo, formando imperi coloniali.
Faceva eccezione solo l’Austria-Ungheria, a cui la nostra piccola, gloriosa contea di Gorizia apparteneva. 
Nel 1878, al congresso di Berlino, si fissò in un trattato l’influenza che Austria-Ungheria  e Russia avrebbero esercitato nei Balcani, assegnando alla prima il controllo della Bosnia-Herzegovina e riducendo l’influenza della seconda in varî paesi, come la Romania e l’Albania.
Così, dopo l’apertura del canale di Suez nel 1869, porre un piede in Africa, per l’Italia, che non era nemmeno considerata dalle altre potenze, divenne il coronamento delle ambizioni nazionali.
Austria e Russia avevano confinato i loro imperi “coloniali” in Europa e in Asia, rinunciando di fatto ad una politica coloniale oltremare, per la quale non avevano nemmeno l’energia, prese com’erano dai problemi interni. 
L’Italia cominciò invece a nutrire quest’ambizione, giustificandola con la necessità del rifornimento delle proprie navi, che ucivano dal Mar Rosso dopo aver passato il canale. 
La baia Eritrea di Assab, formalmente egiziana ma sotto il controllo inglese da tempo, si presentava adatta alla realizzazione del piano italiano. Con il tacito assenso della Gran Bretagna, allora impegnata nel Sudan a sedare la rivolta mahdista di Khartoum, la socità di navigazione Rubattino acqusì il diritto sulla baia, cedendolo in breve al governo italiano. 
La cosa, fatta “all’italiana”, doveva apparire fortemente sospetta, ma gli inglesi la digerirono, poiché gli italiani non erano un pericolo per il più grande impero della storia. Fu il primo passo, nel 1882, per l’occupazione del porto di Massaua e di tutta l’Eritrea, con il possesso dell’altopiano rivolto all’Etiopia, dove si trovava il centro eritreo più importante, quello dell’Asmara. 
Il successo imbaldanzì il governo di Roma e subito l’Italia si spartì anche la costa del Corno d’Africa con gli inglesi (ai quali andò il Somaliland, strategico per il controllo del traffico navale) ed i francesi, che si presero la bella e grande baia di Gibuti, di fronte allo stretto di Bab el-Mandeb, che fronteggia lo Yemen, in Asia. La Somalia italiana si estendeva, con i fiumi Giuba e Uebi Shebeli, a sud est dell’Abissinia, sull’Oceano Indiano, mentre l’Eritrea si affacciava al Mar Rosso, oltre il grande e antico impero. La tentazione di congiungere le due regioni costiere italiane, del corno d’Africa, prendendosi l’impero d’Abissinia, nacque spontanea.

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