A un certo punto, in mezzo al verde della campagna slovena, ho cominciato ad avvistarli. Prima uno, poi un altro, poi ancora un altro. Alberi alti, scortecciati, con in cima una corona di rami e nastri colorati che ondeggiavano nell'aria. Qualcuno con una bandierina. Qualcuno con ghirlande. Tutti con quella strana eleganza verticale che hanno le cose fatte con le mani e con un senso preciso.
Il maj e il mlaj: un rito europeo di primavera che resiste in Slovenia e rischia di sparire a Gorizia. Storia, incidenti e futuro di una tradizione di confine. I mlaji. Gli alberi del maggio. Li conoscevo, certo. Vivo a Gorizia, non potrei non conoscerli. Ma vederli lì, uno dopo l'altro lungo la strada, mi ha fatto fermare — mentalmente, almeno — e pensare. Qui, in Slovenia, sono ancora lì. Belli, vivi, piantati con cura davanti alle case o nei centri dei paesi. Dall'altra parte del confine, invece, la situazione è molto più complicata. Ho preso il telefono e ho chiamato la mia amica Marcella. Marcella è storica e antropologa, e conosce questa zona come la sua tasca. Le ho detto: "Marta, devo fare un podcast sul maj. Prima che sparisca del tutto." Lei ha riso. Ma poi ha detto: "Hai ragione. Facciamolo."
Per chi legge questo blog da fuori regione, un piccolo contesto. Il maj — o mlaj nella forma slovena — è un albero, in genere un abete o un'altra conifera, che viene tagliato, scortecciato, decorato con nastri, ghirlande e una chioma verde in cima, e poi innalzato in piedi. Si fa nella notte tra il 30 aprile e il Primo Maggio. È un rito di primavera, un rito di comunità, spesso un rito di passaggio per i ragazzi che compiono i diciotto anni — sono loro, tradizionalmente, a partecipare all'alzata.
Non è una cosa solo goriziana, né solo slovena. È un rito europeo, con radici antichissime e forme diverse in ogni paese: il Maibaum bavarese con le insegne dei mestieri, il maypole inglese con la danza dei nastri, il midsommarstång svedese che scivola verso il solstizio estivo, il majpan croato che nasce come gesto d'amore verso una ragazza del villaggio. La grammatica simbolica è sempre la stessa: primavera, rinascita, comunità, festa.
Da noi, in questa fascia adriatico-mitteleuropea, c'è anche una sovrapposizione con il Primo Maggio operaio — e allora il maj diventa anche simbolo di lavoro e di memoria collettiva. La bandiera rossa che a volte lo corona non è "il significato originario" del rito: è uno strato più recente, novecentesco, che racconta come le tradizioni non siano mai fossili, ma strati su strati di significato.
Quello che è successo nel 2022, e quello che è successo dopo.
La sera del 30 aprile 2022, a Piedimonte — quartiere di Gorizia — un mlaj è caduto durante l'innalzamento. Una donna di trent'anni è rimasta gravemente ferita. Non voglio fare cronaca di un incidente. Voglio capire cosa è successo dopo. Dopo, il Comune di Gorizia ha fatto rimuovere gli altri alberi presenti nei quartieri, perché nessuno aveva richiesto le autorizzazioni necessarie. Il sindaco ha detto che in futuro sarebbero servite norme specifiche. Nel 2023 si è aperto un dibattito politico e istituzionale in regione — 32 indagati per lesioni colpose, un percorso per trovare regole condivise, un fronte che si è chiamato "Salviamo il maj". Nel 2024 la querela penale è stata ritirata dopo un accordo economico, ma il rito a Piedimonte non è stato ripreso. Si aspetta ancora un regolamento che non è arrivato. Nel frattempo, a Vipava, gli alberi infiochettati ondeggiavano al vento.
Non è una questione di burocrazia contro tradizione Sarebbe troppo facile raccontarla così. La verità è che il maj deve cambiare, se vuole sopravvivere. Ha sempre cambiato — è passato da rito agrario a emblema civico, da gesto amoroso a simbolo del lavoro, da pratica di villaggio a rito urbano. Il problema non è la sicurezza in sé: è trovare regole che supportino la tradizione invece di schiacciarla. In Slovenia ci sono già esempi chiari: a Kanal ob Soča, per alzare un albero grande in un centro urbano, si usano i vigili del fuoco e un camion-gru. La tradizione resta, la tecnica cambia. Non è un tradimento — è evoluzione.
Da noi, invece, l'assenza di un regolamento chiaro ha lasciato le comunità in un limbo. Troppa burocrazia implicita per chi vuole farlo bene, nessun supporto concreto, e il rischio che il rito scivoli nell'irregolarità o scompaia del tutto.
Per questo ho chiamato Marcella. E per questo, sul podcast Voci dal Confine troverete una conversazione con lei: sul maj, sulla sua storia lunga e stratificata, su quello che rischiamo di perdere e su come forse — forse — si può ancora salvare qualcosa. Nel frattempo, se passate per la Slovenia in questi giorni, guardate gli alberi lungo la strada. C'è ancora qualcuno che li alza con le mani.
Il podcast è disponibile a questo indirizzo. https://youtu.be/6VBYNy-H8hE

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