Mussolini e le origini del fascismo: dalla Grande Guerra alla marcia su Roma


di Tassilo Del Franco

(prima parte)
 
La sciagurata Grande Guerra, voluta dagli irredentisti dei circoli di patrioti, giornalisti, poeti, artisti della borghesia, che in Italia erano una parte decisamente minoritaria ma in vista della società, aveva coinvolto tutto il paese, e aveva portato i suoi uomini, a milioni, a sacrificarsi al fronte. 
670 mila furono i morti accertati, dall’Isonzo al Carso, dal Grappa al Piave. E molto più di 500 mila i mutilati e invalidi. L’Italia contava allora 36 milioni di abitanti, di cui uno su trentuno era morto o rimasto inabile, lasciando spesso la famiglia in miseria. 
Non c’era stato un solo motivo razionale per entrare in conflitto con paesi alleati dal 1882, per puntare alla “liberazione” di genti che, per una buona parte, non desideravano affatto di essere annesse al regno d’Italia.
Tra gli irrequieti agitatori c’era stato il giovane Mussolini, cresciuto in una modesta famiglia di artigiani, cui il padre romagnolo aveva imposto il nome di Benito, in onore di Benito Juarez, quello che nel 1865 aveva fatto fucilare l’imperatore del Messico, Ferdinando Massimiliano, unico fratello di Francesco Giuseppe. 
Il violento ragazzo, a scuola, aveva accoltellato un compagno, come riporta Paolo Monelli nella sua biografia. Dopo varî periodi turbolenti della sua vita, in cui subì arresti e condanne, ed era sfuggito alla polizia austriaca nel Trentino, dove aveva anche messo incinta una ragazza da abile millantatore di credito, divenne direttore del quotidiano socialista,
l’ “Avanti”. Il suo partito operaio, lo stesso del compagno Pietro Nenni, era però pacifista e neutralista, e gli stava stretto, specialmente da quando Cesare Battisti, un trentino deputato al parlamento di Vienna, aveva diffuso menzogne sulla condizione degli italiani nella duplice monarchia, descrivendoli in una condizione assai misera e desiderosi di essere liberati dal pesante giogo asburgico.
La propaganda di Battisti non ebbe successo nel Trentino, ma in Italia ebbe grande seguito, alimentando il movimento irredentista. Come quella del pescarese Gabriele D’Annunzio, che ammantava di immaginifiche fantasie il suo irredentismo poco basato sulla realtà, e aveva indispettito Benedetto Croce. Come anche Benito Mussolini, il futuro Duce, ora convertito alla guerra contro l’Austria. Lasciato il socialismo per un nazionalismo fortemente interventista, era poi finito al fronte, sul Carso, e aveva combattuto da caporale fino ad essere ferito da schegge alle gambe. 
Nel dopoguerra il “biennio rosso” sconvolgeva campagne e fabbriche, sull’onda della rivoluzione russa. Un periodo propizio per una controrivoluzione, in cui Mussolini e i “quadrumviri” (termine improntato alla tetrarchia della Roma di Diocleziano) De Bono, De Vecchi, Grandi e Balbo formarono squadracce di camicie nere che difendevano, con la violenza maturata in guerra, i proprietari e i loro beni da distruzioni e saccheggi. Nel 1922, con il debole governo Facta, venne la sorprendente resa dell’Italia liberale a queste forze nuove, che reclamavano il potere con la “marcia su Roma”, una poco seria, rumorosa messa in scena che l’esercito avrebbe potuto disperdere.
A capo delle camicie nere era il cavalier Benito Mussolini, pronto a smentire i camerati da Milano, e ora quasi incredulo di essere chiamato dal re a formare il nuovo governo. Per tutti sarebbe diventato il Duce, dopo aver preso in mano tutto il potere nel 1924.
 
La seconda ed ultima parte sarà pubblicata la prossima settimana. 

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