Dall’età giolittiana alla guerra di Libia: tra ambizioni coloniali, propaganda e realtà di un territorio povero e conteso.
Questi approfondimenti nascono dall’incontro con Tassilo del Franco, tenutosi lo scorso 14 aprile presso la Sala Dora Bassi.
Un’occasione preziosa per rileggere, con maggiore consapevolezza, pagine spesso semplificate della nostra storia.
di Tassilo Del Franco
Giovanni Giolitti, piemontese di Mondovì, caratterizzò l’ultimo
decennio dell’’800 e il primo ventennio del ‘900 italiano, l’ “età
giolittiana”.
Formò, tra interruzioni e riprese, parecchi governi, e fu uomo pragmatico, duttile, usando l’arte tutta italiana di tenersi a galla tra i flutti impetuosi delle polemiche e instabilità politiche, caratteristiche del paese che governava. Uscito dalla sinistra storica e poi divenuto convinto liberale, cercò sempre il consenso dell’opposizione, specie tra gli amici moderati dell’altro schieramento, tanto da venir considerato un socialista dalla destra e un conservatore dalla sinistra. In realtà la sua opera portò notevoli vantaggi agli umili e agli svantaggiati della società, che uscirono in buona parte dall’indigenza, per la sua opera di governo.
Formò, tra interruzioni e riprese, parecchi governi, e fu uomo pragmatico, duttile, usando l’arte tutta italiana di tenersi a galla tra i flutti impetuosi delle polemiche e instabilità politiche, caratteristiche del paese che governava. Uscito dalla sinistra storica e poi divenuto convinto liberale, cercò sempre il consenso dell’opposizione, specie tra gli amici moderati dell’altro schieramento, tanto da venir considerato un socialista dalla destra e un conservatore dalla sinistra. In realtà la sua opera portò notevoli vantaggi agli umili e agli svantaggiati della società, che uscirono in buona parte dall’indigenza, per la sua opera di governo.
Nel 1898 fu sedata nel sangue a Milano una rivolta popolare, per ordine del presidente del consiglio di allora, Di Rudinì. Lui aveva ordinato al generale Bava Beccaris di reprimere il moto con ogni mezzo, e quello aveva preso a cannonate una massa di disgraziati che protestavano per il prezzo del pane!
Umberto I aveva poi elogiato quel barbaro ufficiale, e lo aveva pure decorato.
Gaetano Bresci rientrò dall’America dove era emigrato da Massa Carrara, città di anarchici, per sparare da vicino al re. Fu facile, l’attentato riuscì, come tanti altri riuscirono in quel periodo contro i regnanti, come quello del Luccheni, che aveva infilato una lima nel cuore di Elisabetta d’Austria, sul lago di Ginevra. Era il 1900.
A Umberto, colpito a Monza per vendicare le “pallide vittime” di Milano, succedette, mentre era in crociera nell’Adriatico, Vittorio Emanuele, il figlio di circa un metro e mezzo che era stato accasato con Yela (Elena) del Montenegro, per alzare la statura dei Savoia.
Il nuovo re appariva infatti comicamente piccolo, e si diceva che era stato abbassato apposta il limite minimo della statura dei soldati, per farlo rientrare.
Ma torniamo alla Libia.
La ragione che spinse Giolitti a muovere guerra alla Turchia è chiara: l’Italia aveva assistito per decenni all’occupazione da parte dell’Inghilterra e della Francia di quasi tutto il Nordafrica, che aveva fatto parte dell’impero turco solo nominalmente, perché i turchi non avevano fatto mai nulla per il progresso di quei paesi.
Con lo “schiaffo di Tunisi” il paese più ambito dall’Italia era andato alla Francia, che aveva esteso il suo dominio ad Algeri e a Tangeri, in Marocco, prendendosi tutto il Nordafrica occidentale, fino alle sponde atlantiche.
In Egitto, c’erano invece da tempo gli inglesi, e l’influenza politica di Costantinopoli, la Sublime Porta, andava gradualmente scemando, essendo la Turchia “la grande malata d’Europa”.
In Nordafrica restava, tra le due potenze, la Libia, divisa in Tripolitania e Cirenaica, un gigantesco “cassone di sabbia”, come sarà definito.
L’unica cittadina di qualche importanza era Tripoli, Bengasi essendo, a enorme distanza verso est, poco più di un villaggio. I turchi, di fatto, facevano atto di presenza, in un territorio grande sei volte l’Italia, popolato per lo più da poche tribù sparse di beduini nomadi.
Per l’Italia, che aveva già subìto l’onta delle cocenti sconfitte abissine, era l’ultima occasione di occupare un paese sulla sponda meridionale del Mediterraneo, come francesi ed inglesi avevano fatto con successo.
Così Giolitti, dopo aver sondato prudentemente la disponibilità delle altre potenze europee, decise di entrare in conflitto con l’impero turco nel 1911, per strappargli la Libia, che in fondo non interessava a nessuno.
La potenza militare italiana, all’epoca, non temeva il confronto con la Turchia. In particolare la Regia Marina era da anni celebrata anche negli Stati Uniti, che consideravano le nostre corazzate Dandolo e Duilio le più potenti navi al mondo. Fu una guerra che, iniziata nell’autunno del 1911, finì nel 1912 con la vittoria italiana e la cacciata dei turchi dal Nordafrica.
L’interno dell’immenso paese, messo in agitazione dagli islamici delle tribù nomadi, continuò una resistenza alimentata da irriducibili sette religiose, che durò per circa trent’anni.
Alla retorica della canzone patriottica, che rappresenta una Libia di pura fantasia:
“Tripoli bel suol d’amore
Ti giunga dolce questa mia canzon
Sventoli il tricolore
Sulle tue torri al rombo del cannon
…………..
Naviga, o corazzata
Benigno è il vento e dolce la stagion
Tripoli, terra incantata
Sarai italiana al rombo del cannon!”
Ti giunga dolce questa mia canzon
Sventoli il tricolore
Sulle tue torri al rombo del cannon
…………..
Naviga, o corazzata
Benigno è il vento e dolce la stagion
Tripoli, terra incantata
Sarai italiana al rombo del cannon!”
a quella retorica si contrapponeva la realtà di un enorme paese
vuoto e misero, che non offriva alcuna risorsa. Arrivati i marinai e i
bersaglieri italiani, vi trovarono i soldati turchi, che erano riusciti a
mobilitare i nomadi contro gli invasori infedeli, e ci furono scontri,
in cui gli italiani usarono per la prima volta nella storia l’arma
aerea, per i “bombardamenti”:
gli aviatori sorvolavano le posizioni nemiche esposte, lanciando a mano piccole bombe sui nemici! Anche qualche dirigibile fece la sua comparsa.
Alla fine l’Italia ottenne un paese che, per fruttare qualcosa, aveva bisogno di importare grandi masse di lavoratori.
Essi sarebbero venuti da tante regioni d’Italia, crescendo fino ad una comunità di circa centoventi mila, in gran parte contadini. La costa libica, con il loro lavoro, divenne ricca di orti e di vigneti, per circa mezzo secolo.
Del fascismo in Libia dirò in seguito.
gli aviatori sorvolavano le posizioni nemiche esposte, lanciando a mano piccole bombe sui nemici! Anche qualche dirigibile fece la sua comparsa.
Alla fine l’Italia ottenne un paese che, per fruttare qualcosa, aveva bisogno di importare grandi masse di lavoratori.
Essi sarebbero venuti da tante regioni d’Italia, crescendo fino ad una comunità di circa centoventi mila, in gran parte contadini. La costa libica, con il loro lavoro, divenne ricca di orti e di vigneti, per circa mezzo secolo.
Del fascismo in Libia dirò in seguito.

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