Alla fine dell’incontro, mentre firmavo alcune copie, una ragazza molto gentile – Francesca – si è fermata a parlare con me. Mi ha detto di conoscere bene Gorizia. Ci ha vissuto tre anni frequentando il corso di Scienze diplomatiche dell’Università di Trieste, nella sede goriziana, e poi ha proseguito il biennio della laurea specialistica a Padova. La domanda è stata quasi inevitabile: due mondi diversi, vero? La sua risposta mi ha sorpresa. Mi ha detto che l’esperienza goriziana è stata di gran lunga migliore. Non per i corsi, che pure ha apprezzato, ma per la città. Perché una città piccola rende molto più facile incontrarsi, conoscersi, creare relazioni. Gli amici si incontrano per strada, nei bar, nei parchi. Non bisogna correre da un capo all’altro della città per vedersi. Padova, mi ha raccontato, è splendida ma dispersiva; Gorizia invece crea comunità.
Confesso che questa risposta mi ha fatto molto piacere. Quante volte ho sentito dire che Gorizia è una città “per vecchi”. Io ho sempre sostenuto il contrario: è una città perfetta per viverci. Ora scopro che può essere amata anche dai giovani universitari. Durante l’incontro, poi, una delle presenti – che Gorizia la conosce bene – ha consigliato a tutti di visitare il giardino Viatori e di scoprire i tanti parchi cittadini. Anche questo mi ha fatto sorridere: quando si parla di Gorizia, prima o poi si finisce sempre a parlare di alberi, giardini, verde. Segno che qualcosa di quella città rimane dentro.
Sulla strada del ritorno avevo però in mente un piccolo proposito. Qualche mese fa, passando velocemente da queste parti, avevo attraversato un paese il cui nome mi era rimasto impresso: Alvisopoli. Un nome curioso, quasi letterario. Così oggi ho deciso di fermarmi. Ed è stata una bellissima sorpresa.
Alvisopoli non è un paese qualsiasi: è un borgo progettato a tavolino alla fine del Settecento per volontà del patrizio veneziano Alvise Mocenigo. Il suo progetto era ambizioso: creare un centro agricolo e produttivo moderno, organizzato secondo criteri razionali, quasi illuministi. Una sorta di laboratorio economico e sociale. Quando si entra nel borgo lo si capisce subito, perché la struttura è geometrica, ordinata, pensata. C’è una grande piazza centrale, la villa padronale, gli edifici produttivi, le case per gli artigiani e per i lavoratori. Non è cresciuto per caso, come accade a molti paesi: è stato progettato.
Nel suo momento di massimo sviluppo Alvisopoli era un vero piccolo sistema economico con mulini, opifici, manifatture e magazzini agricoli. Una comunità organizzata attorno al lavoro e alla produzione, quasi un piccolo esperimento di utopia illuminista calato nella pianura veneta. Passeggiando per il borgo si percepisce ancora questa idea originaria: una comunità pensata come un organismo coerente.
Quello che mi colpisce sempre nei viaggi, anche nei più brevi, è che le scoperte più belle non sono quelle che programmi ma quelle che capitano per curiosità. Una conversazione con una giovane universitaria che ti racconta quanto ha amato vivere a Gorizia. Un nome letto mesi prima su un cartello stradale. Una deviazione fatta quasi per gioco. Alla fine della giornata ti ritrovi con due storie nuove: una conferma, cioè che Gorizia continua a sorprendere anche chi la vive da giovane, e una scoperta, Alvisopoli, piccolo sogno illuminista nascosto nella pianura veneta. E allora penso che forse il bello dei luoghi di confine, o delle città piccole, sia proprio questo: non smettono mai di raccontare qualcosa a chi ha voglia di fermarsi ad ascoltare.
L'immagine è una foto scattata da me stamattina. E' stata rielaborata dalla IA togliendo le macchine parcheggiate e le antenne della TV

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