Eredità interrotte. La casa rossa sotto il monte

Se c’è una cosa che mi dispiace molto è che i miei cugini abbiano demolito la casa dove mia nonna visse a Palazzo, subito sotto il monte. Capisco le loro necessità. Capisco il modernismo. Capisco anche che quella casa probabilmente non aveva fondamenta solide. Ma il ricordo di quella facciata rossa con la riga bianca, quasi sotto il sasso di San Belin, è rimasto immutato nella mia mente.

Era una casa povera, essenziale, costruita per resistere più che per durare. Eppure dentro quelle mura si custodiva un sapere che non ha mai trovato posto nei libri.

Vicino alla casa c’era un piccolo boschetto di acacie. In primavera il terreno si riempiva di violette profumate, così fitte da sembrare un tappeto. Sono immagini che il tempo non è riuscito a cancellare.

Il ricordo di mia nonna Maria ritorna spesso. Era una donna che non avevo capito davvero. La trovavo chiusa, introversa, a volte autoritaria. Solo molti anni dopo ho iniziato a intuire quale fosse stata la sua più grande rinuncia.

Non una rinuncia spettacolare. Una rinuncia quotidiana, silenziosa. Come quella di tante donne della sua generazione — e di molte generazioni prima. Per secoli, nelle comunità contadine europee, il sapere della cura è stato affidato alle donne. Erano levatrici, guaritrici, consigliere. Conoscevano le erbe, i rimedi, i tempi della nascita e quelli della morte. Era un sapere pratico, empirico, tramandato attraverso l’esperienza e la fiducia. Un sapere che teneva insieme le comunità.

Poi, lentamente, quel sapere è diventato sospetto. In alcuni momenti della storia è stato addirittura perseguitato. La caccia alle streghe non fu soltanto una stagione di paura religiosa. Fu anche un conflitto sociale e culturale, in cui vennero colpite forme di autonomia femminile e modalità di conoscenza non controllate dalle istituzioni.

Con il tempo, la modernità ha portato conquiste fondamentali: la medicina scientifica, l’istruzione, nuove possibilità di emancipazione. Ma ha portato anche una frattura. Molte eredità sono state interrotte. Le case sono state abbattute. Le storie non raccontate. I gesti dimenticati.

Nel podcast che uscirà domani, domenica, “Eredità interrotte”, ho provato a partire proprio da questa memoria personale per riflettere su una storia più grande. Una storia che riguarda il rapporto tra sapere e potere, tra tradizione e progresso, tra ciò che scegliamo di conservare e ciò che lasciamo andare. Perché ogni comunità si costruisce anche su ciò che decide di non ricordare.

E tuttavia qualcosa resta. Nei racconti frammentari, negli oggetti sopravvissuti, nei nomi pronunciati sottovoce. Perché ciò che non è stato scritto è stato dimenticato. Ma non sempre perduto.

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