Il giorno della sua morte è allora l’occasione per restituire questa mancanza, senza polemica ma con chiarezza. Perché alcune figure non chiedono celebrazioni, ma attenzione. E se non vengono nominate, il rischio non è solo l’oblio: è la perdita di continuità tra ciò che siamo stati e ciò che diciamo di essere oggi.
De Simone appartiene a quella generazione che non ha avuto il privilegio della semplicità. Nato a Dignano d'Istria, segnato dall’esperienza dell’esilio, portò a Gorizia non solo una biografia personale, ma un modo di stare al mondo. Chi ha conosciuto lo sradicamento sa che l’identità non è mai un dato stabile: è qualcosa che si costruisce, si difende, ma soprattutto si mette in relazione. Ed è forse da qui che nasce la sua capacità di leggere il confine non come un limite, ma come una condizione da abitare.
Quando diventò sindaco, negli anni più complessi della Guerra fredda, Gorizia era ancora una città sospesa, attraversata da linee visibili e invisibili. Non era scontato, allora, immaginare un dialogo con il mondo sloveno. Non era scontato pensare che due città separate potessero, un giorno, riconoscersi come parte di uno stesso orizzonte. Eppure De Simone lavorò in questa direzione, con discrezione, senza gesti eclatanti, ma con una coerenza che nel tempo ha lasciato segni profondi.
La Marcia dell’Amicizia, le iniziative culturali condivise, il lavoro paziente sulle relazioni: tutto questo non nasceva da una visione astratta, ma da un’esperienza concreta. Un esule che sceglie il dialogo compie un atto politico forte, anche quando non lo dichiara. De Simone non cercava di cancellare il passato, ma di attraversarlo senza restarne prigioniero.
Accanto alla politica, c’era l’uomo che raccoglieva, conservava, custodiva. Libri, documenti, carte: non per accumulare, ma per non disperdere. Sapeva che una città come Gorizia, attraversata da tante storie, ha bisogno di memoria per non smarrirsi. E che quella memoria deve essere accessibile, condivisa, messa a disposizione degli altri. Non è un caso che, dopo la sua morte, le figlie abbiano scelto di donare tutto ciò che aveva raccolto alle istituzioni pubbliche, trasformando un patrimonio personale in un bene comune.
Oggi, mentre la città continua a raccontarsi come luogo di incontro, ricordare Pasquale De Simone significa anche fare i conti con una domanda semplice e difficile: da dove nasce davvero questa idea di confine?
Le risposte non stanno nei discorsi celebrativi, ma nei gesti concreti, spesso silenziosi, che li hanno resi possibili. E forse è proprio questo che resta di De Simone: un modo di stare nella città senza cercare visibilità, ma lasciando tracce che oggi sarebbe bene tornare a riconoscere.
Ricordarlo, nel giorno della sua scomparsa, non è voltarsi indietro. È ristabilire un filo.
Didascalia foto: Pasquale De Simone a Pola, insieme a Corrado Belci. Foto gentilmente concessa dalla figlia, Giuliana De Simone.
