Domenica 13 settembre a Gorizia si conclude il 45° Concorso internazionale di violino “Premio Rodolfo Lipizer”. È una coincidenza che invita a guardare indietro, perché il rapporto della città con il violino non comincia affatto con Lipizer e neppure con il Novecento. Bisogna risalire di oltre un secolo e incontrare un uomo che lavorava il legno, costruiva violini, viole, violoncelli e contrabbassi e che avrebbe dato origine a una vera dinastia di liutai: Antonio Pelizon.
Il collegamento con Rodolfo Lipizer è molto più stretto di quanto si potrebbe immaginare. Antonio Pelizon era infatti il suo bisnonno materno. La genealogia è precisa: Antonio ebbe tra i suoi figli Filippo Giovanni Battista Pelizon; Filippo fu padre di Ludovica Maria Pellizon, che sposò Rodolfo Antonio Lipizer, cancelliere del tribunale imperialregio; dal loro matrimonio nacque a Gorizia, il 16 gennaio 1895, Rodolfo Lipizer. Treccani ricorda esplicitamente come l’interesse del giovane Rodolfo per il violino potesse riallacciarsi all’attività del nonno materno Filippo, ultimo rappresentante di una famiglia di liutai operante nella regione da più di un secolo.
Ma torniamo al capostipite. Antonio Pelizon nacque a Rubbia, oggi frazione di Savogna d’Isonzo. Sulla data e soprattutto sul luogo è necessaria una piccola precisazione, perché proprio la ricerca storica vive di questi dettagli. Molte biografie indicano il 28 gennaio 1763 come giorno di nascita; il Primorski slovenski biografski leksikon, sulla base del registro parrocchiale, è più prudente: Antonio nacque nel gennaio 1763 e fu battezzato il 28 gennaio. Nel registro lo scrivente aveva inizialmente indicato Gabria, poi cancellato il nome e scritto Rubbia.
Chi conosce il territorio sa bene che Gabria e Rubbia sono confinanti, praticamente l’una accanto all’altra. Non è quindi difficile immaginare come possa essere nata l’incertezza sulla località esatta, tanto più in registri settecenteschi compilati a mano. Non occorre costruirci sopra un mistero: basta conoscere un poco la geografia del posto. Resta però quel nome cancellato e sostituito, uno di quei piccoli inciampi d’archivio che per chi ama le storie locali sono irresistibili. Pelizon morì a Gorizia il 27 ottobre 1850, a ottantasette anni.
Anche il cognome sembra raccontare questa terra plurilingue. Nei documenti lo troviamo come Pelicon, Pilizon, Pellizon, Pillizon, Pelizon; sulle etichette degli strumenti compaiono ulteriori varianti latineggianti. Non si tratta necessariamente di errori: nel Settecento e nell’Ottocento l’ortografia dei cognomi era assai meno rigida di oggi.
Il padre si chiamava Franc Pelicon, la madre Uršula Cotič, indicata anche come Zottig. Non sappiamo con certezza dove Antonio abbia imparato la liuteria. Ed è bene dirlo, invece di riempire il vuoto con una bella storia. Ranieri Mario Cossàr, autore nel 1939 dello studio fondamentale Vecchia liuteria goriziana. La famiglia Pelizon, avanzò l’ipotesi che il primo maestro fosse lo zio Sebastiano Pelicon, falegname a Gorizia. Sebastiano è realmente documentato: fratello del padre di Antonio, era stato battezzato nel 1723 e nel 1752 aveva sposato Barbara Leskovec. Ma un vero contratto di apprendistato di Antonio, almeno finora, non è emerso.
Una ricerca pubblicata nel 2026 dall’Het Muziekinstrumentenfonds olandese ricorda inoltre che Pelizon compare in alcuni documenti con la qualifica di “marangone”, falegname, e prospetta anche l’ipotesi di una sua esperienza giovanile a Venezia. È un’ipotesi suggestiva, non una certezza. Più sicuro è il fatto che a Gorizia entrò nell’ambiente degli artigiani del legno e che, nel corso della sua lunghissima attività, arrivò a essere riconosciuto come costruttore di strumenti di alto livello.
La sua vita privata fu affollatissima. Il 12 febbraio 1787 Antonio sposò nella chiesa di Sant’Ignazio a Gorizia Uršula, o Orsola, Disopra. Dal matrimonio nacquero tre figli: Frančiška, Elisabetta e Giovanni Andrea. Dopo la morte della prima moglie, il 25 agosto 1799 Pelizon si sposò una seconda volta con Cecilia Podlipnik, cognome che troviamo scritto anche Podlipnich.
E qui i registri ci regalano un piccolo rompicapo. La fonte biografica slovena scrive che Cecilia gli diede quattordici figli, ma subito dopo ne elenca quindici: Giuseppe nel 1800, Orsola nel 1801, Vincenzo nel 1802, Antonio nel 1803, Giuseppa nel 1804, Vincenzo Giorgio nel 1805, Aloisio Giovanni Battista nel 1807, un secondo Antonio nel 1809, Carlo nel 1811, Michele nel 1812, Aloisio nel 1814, Ferdinando nel 1816, Filippo e Maddalena nel 1817 e Pietro nel 1819. Sommando i tre figli del primo matrimonio, abbiamo dunque diciotto nomi documentati, mentre le fonti non concordano sul numero complessivo. È uno di quei casi in cui una semplice operazione aritmetica apre una nuova domanda d’archivio.
Quattro figli continuarono sicuramente il mestiere paterno. Giuseppe Francesco, nato il 1° ottobre 1800, costruì diversi strumenti ad arco, fu restauratore, suonò nella banda cittadina e tra il 1852 e il 1854 nell’orchestra del Teatro di Gorizia. Antonio Vincenzo Giuseppe, nato il 6 dicembre 1809, divenne soprattutto un apprezzato restauratore. Carlo Francesco Floreano, nato il 5 maggio 1811, costruì strumenti che le fonti giudicano di buona qualità. Filippo Giovanni Battista, nato il 9 giugno 1817, costruiva e soprattutto noleggiava strumenti ai musicisti ambulanti; per molti anni fu inoltre fagottista della banda cittadina. È proprio Filippo il nonno materno di Rodolfo Lipizer.
E Antonio Pelizon non è un personaggio che dobbiamo immaginare vagamente “da qualche parte a Gorizia”. Abbiamo anche gli indirizzi. Abitava in via Sant’Antonio. La sua bottega fu dapprima al numero 1 di piazza Sant’Antonio, quindi vicino al Teatro Bandeu e infine al numero 412 dell’attuale via Morelli. Naturalmente la numerazione civica di allora non può essere sovrapposta automaticamente a quella di oggi. Ma, per chi come me ama le storie locali e quando trova un indirizzo vuole subito capire dove fosse davvero, la soluzione è abbastanza semplice: si va all’Archivio di Stato, si aprono i Libri dei fuochi, si cercano le vecchie mappe catastali e si prova a rimettere ogni casa al suo posto. È questo, del resto, il bello della ricerca locale: una risposta ne produce immediatamente altre tre. E prima o poi andrò a cercarle.
Proprio il Teatro Bandeu ci consegna uno dei documenti più interessanti sulla sua attività. Un’attestazione del 1796 ci dice infatti che Pelizon riparava anche clavicembali. Non era quindi soltanto l’uomo che fabbricava violini nella propria bottega: era inserito nella vita musicale cittadina, conosceva strumenti diversi ed era chiamato a intervenire su di essi.
Costruì violini, viole, violoncelli e contrabbassi. I suoi strumenti sono riconoscibili per caratteristiche che gli specialisti hanno analizzato a lungo: casse generalmente raccolte, effe molto allungate, volute dalla spirale marcata, bordi pronunciati, vernici che tendono al giallo dorato e all’ambra. Willibald Leo von Lütgendorff, uno dei grandi studiosi della liuteria, li avvicinava alla scuola degli Amati ma sottolineava contemporaneamente la forte originalità di Pelizon. L’Associazione Lipizer riporta il suo giudizio: strumenti ispirati agli Amati ma tanto personali da poter essere considerati opere originali.
Il successo non fu soltanto postumo. Nel 1887, alla prima Esposizione artistica goriziana, furono presentati tre suoi violini. All’inizio del Novecento strumenti dei Pelizon risultavano presenti a Trieste, nel Goriziano, a Bologna, Venezia e in Istria; la scuola musicale cittadina ne possedeva violini, viole, violoncelli e contrabbassi.
Poi comincia la parte della storia che mi affascina di più: seguire quegli strumenti. Uno dei casi meglio documentati è una viola costruita a Gorizia nel 1843, quando Pelizon aveva ormai ottant’anni. La realizzò per Franc Ksaver Mercina, sacerdote e compositore. Dentro lo strumento è ancora presente l’etichetta “Antonius Pelizon fecit Goritiae 1843”, accompagnata dalla dedica a Mercina e dall’indicazione dell’ottantesimo anno di età del costruttore.
Nel 1901 la viola passò da Ivan Mercina a Saša Šantel, pittore, compositore e musicista goriziano. Šantel la suonò regolarmente per circa quarant’anni, anche nell’orchestra della Filarmonica Slovena. Nel 2016 il Museo regionale di Ptuj-Ormož la acquistò e la presentò al pubblico nel Castello di Ptuj. Per l’occasione tornò a suonare nelle mani del violista Andrej Feguš. Oggi appartiene alla più importante collezione slovena di strumenti musicali storici.
Un’altra viola di Antonio Pelizon, anch’essa datata 1843, si trova a Venezia nella Collezione Artemio Versari del Museo della Musica, nella chiesa di San Maurizio. E non è collocata in una raccolta qualsiasi: compare accanto a strumenti di Giuseppe Gagliano, Giuseppe Rocca, Testore, Goffriller, Guadagnini e altri nomi della grande liuteria italiana.
Ma non tutti i Pelizon sono finiti nei musei. Il violinista britannico Charlie Brookes, formatosi alla Royal Academy of Music di Londra e fondatore dell’Elgar Ensemble, suona oggi un violino di Antonio Pelizon costruito a Gorizia nel 1810.
La violinista dominicana Aisha Syed, concertista internazionale che si è esibita anche alla Carnegie Hall e alla Filarmonica di Berlino, dichiara nella propria biografia ufficiale di suonare due violini messi a sua disposizione dalla casa londinese Florian Leonhard Fine Violins: uno Stradivari del 1690 e un Antonio Pelizon. Due nomi che difficilmente ci aspetteremmo di leggere nella stessa frase e che invece, eccoli lì, convivono nel curriculum di una violinista contemporanea.
Nei Paesi Bassi c’è poi un violoncello costruito da Pelizon a Gorizia intorno al 1839. Appartiene all’Het Muziekinstrumentenfonds ed è oggi affidato a Jan-Bastiaan Neven, violoncellista del Nederlands Kamerorkest e dell’Erard Ensemble. Prima di lui lo hanno suonato Bas Jongen e Sietse-Jan Weijenberg. Neven racconta di apprezzarne in particolare il basso profondo e il suono ampio e lo ha utilizzato anche per registrazioni discografiche.
E qui il viaggio torna a Gorizia. Il Primorski slovenski biografski leksikon registra nelle collezioni dell’allora Museo provinciale due violini di Antonio Pelizon. Uno porta l’etichetta “Antonius Pelizon fecit Goritiae 1842”, l’altro “Antonius Pelizan fecit Goritiae 1849”. Un terzo violino, datato 1825 e firmato “Antonio Pelizon facit, Goritia 1825”, era indicato presso l’Istituto di musica di Gorizia.
Dove sono oggi? Per i due strumenti delle raccolte museali goriziane non ho ancora trovato una scheda pubblica recente che indichi numero d’inventario, deposito o sala espositiva, stato di conservazione e restauri. Del violino del 1825 resta da ricostruire la storia successiva. Non è una lacuna da coprire con una supposizione: è una pista di ricerca. E forse è proprio il modo migliore per concludere, o meglio per non concludere affatto.
Domenica 13 settembre, mentre al Teatro Lojze Bratuž si chiuderà il 45° Premio Rodolfo Lipizer, nel podcast Voci dal confine tornerò su Antonio Pelizon e proverò, questa volta, a farlo parlare. Racconterà la sua Gorizia, le sue botteghe, le due mogli, quella famiglia sterminata, i figli che continuarono il mestiere, il legno che diventava musica. Ma resterà anche una domanda molto concreta.
Una sua viola è a Ptuj. Un’altra a Venezia. Un violino del 1810 è nelle mani di Charlie Brookes. Un altro accompagna Aisha Syed. Il violoncello del 1839 suona nei Paesi Bassi con Jan-Bastiaan Neven.
E i Pelizon di Gorizia? Quelli, adesso, voglio trovarli.

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